Governo, cosa dovrebbe fare il PD?

A pochi giorni dal secondo round di consultazioni al Quirinale, quale posizione dovrebbe assumere il Partito Democratico nei confronti degli altri schieramenti e riguardo alla formazione del nuovo Governo?

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Vivere un partito vuol dire cogliere l’emozione di un’idea, anche quella che all’improvviso sembra essere tramontata.

Di Maio e Toninielli (#M5S): "diamo al #PD la possibilità di riscattarsi dai loro fallimenti". Bene... questa frase, ci fa capire ancora di più che PD e M5S sono incompatibili.
Vivere un partito vuol dire cogliere l’emozione di un’idea, anche quella che all’improvviso sembra essere tramontata. L’unica domanda da porsi, a questo punto, è dove stiamo andando. E se l’assemblea del 21 aprile sarà davvero l’occasione per guardarsi negli occhi senza retropensieri. Nella consapevolezza che stare in un partito vuol dire dirsele, se occorre, anche di santa ragione, con differenze che, comunque le si mettano, devono fondarsi sul rispetto e sul rispetto delle ragioni per cui siamo nati. Appartengo, del resto, ad una generazione cresciuta senza miti ed ideologie. Nella certezza che il faro doveva essere rappresentato da un modo altro di fare politicaprivo di finzioni e con molta concretezza. Assumendosi la piena responsabilità di risultati non sempre facili da accettare, ma tuttavia capaci di esprimere un sentimento popolare che nessuno può ignorare né manipolare. Il riaffiorare di una cultura da retrobottega ci consegna, però, un PD che torna a ciò che era prima della sua fondazione. In un agone tutto proporzionale privo di differenze, che privilegia le militanze gruppettare anziché quelle che intendono legarsi ad una visione ammesso che ve ne sia ancora una. Da iscritto molto vicino a Matteo Renzi, in questi anni ho colto il valore del coraggio. Il coraggio di scelte difficili e distanti da quella logica del consenso che per decenni ha scandito l’italico “tirare a campare”. Un tratto distintivo che ha innalzato il livello del confronto, finalmente sui fatti e non sui “bisognerebbe fare” di antica memoria. Serve, pertanto, un atto forte da parte di tutti a partire dai membri della stessa Assemblea per fortuna non tutti “big”. Serve trasferire in questo consesso i sentimenti e le speranze coltivati negli ultimi cinque anni senza innamorarci dei personaggi del momento. Perché vivere un partito vuol dire cogliere l’emozione di un’idea, quella che all’improvviso sembra essere tramontata. Se facessi parte dell’Assemblea direi che forse certe dimissioni andrebbero respinte. Non già per un’idolatria verso chi è leader quasi a prescindere, ma per non sciupare l’opportunità di una diversità non certo esclusiva. L’unica via percorribile per non dire che fin qui abbiamo scherzato, l’unica via di fronte all’assenza di alternative reali. Almeno guardando la politica dal basso. Quando nel 2013 lo proprose Bersani fecero una diretta streaming per insultarli. Ora che propongono la stessa cosa, dopo anni passati solamente ad insultare, la chiamano responsabilità. La coerenza prima di tutto, vero Luigi Di Maio?
Celso Vassalini del Circolo PD Brescia est.

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Luigi Grasso Considerazioni sulle quali concordo Celso. Quello che serve al PD, adesso, è una leadership forte così come lo è stata quella di MAtteo Renzi che, anche io, ho sostenuto fortemente. Adesso, però, il PD deve avere il coraggio di scegliere un altro leader che abbia le caratteristiche di aggregare e trainare anche coloro che la pensano diversamente. Un leader forte che dia una visione ed anche una strategia chiara a tutti coloro che vogliono che il PD rappresenti una speranza ed una opportunità per tutti. Un leader che sappia coinvolgere i giovani e che decida senza cercare il compromesso a tutti i costi. E' arrivato il momento per MAtteo Renzi di fermarsi un attimo; lui contribuirà alla rinascita del PD dal suo scranno di senatore e con le idee ed il coraggio che ha sempre dimostrato.